Aria e Aithér in Empedocle e Aristotele

Dalla Radice atmosferica alla distinzione aristotelica tra elemento sublunare e sostanza celeste

Il concetto di Aria occupa una posizione cruciale nel passaggio dalla cosmologia presocratica alla fisica aristotelica. In Empedocle, l’Aria appartiene alle quattro Radici eterne insieme a Fuoco, Terra e Acqua; nel suo linguaggio poetico essa può essere indicata come αἰθήρ, termine che rinvia allo spazio atmosferico e luminoso, privo del significato tecnico che assumerà nella cosmologia aristotelica. In Aristotele, invece, l’Aria viene collocata nel mondo sublunare come uno dei quattro elementi soggetti a generazione e corruzione; essa resta distinta dall’Aithér celeste, corpo semplice della regione superiore e principio del moto circolare. Il confronto mostra una trasformazione decisiva: lo stesso campo semantico che in Empedocle designa una radice cosmica atmosferica viene in Aristotele sottoposto a differenziazione sistematica, separando il dominio dell’aria mutevole da quello dell’etere incorruttibile.

La ricostruzione del rapporto tra Aria e Aithér richiede cautela filologica. Il greco dispone di più termini connessi allo spazio atmosferico: ἀήρ (aḗr), spesso riferito all’aria bassa, alla foschia, alla regione prossima alla terra; αἰθήρ (aithér), associato alla luminosità superiore, alla regione limpida, al cielo chiaro. Questa distinzione lessicale riceve configurazioni diverse nei singoli autori.

In Empedocle, il termine αἰθήρ può designare ciò che la tradizione successiva tradurrà come Aria. L’uso non coincide con l’etere aristotelico. La storiografia antica e moderna ha osservato che Empedocle non usa semplicemente ἀήρ per la Radice atmosferica, bensì αἰθήρ, probabilmente per evitare una confusione con concezioni precedenti dell’aria come vuoto, nebbia o spazio indeterminato. Burnet sottolinea che, nel sistema empedocleo, αἰθήρ va reso con “air”, purché si conservi la differenza rispetto ad ἀήρ.

In Aristotele, la terminologia viene riorganizzata. L’Aria appartiene ai quattro elementi sublunari; l’Aithér indica il corpo celeste, distinto da Terra, Acqua, Aria e Fuoco. Il passaggio da Empedocle ad Aristotele non consiste in un semplice mutamento lessicale. Segna una ristrutturazione dell’intera architettura cosmologica.

 

Empedocle: αἰθήρ come Radice atmosferica

Empedocle respinge l’idea dell’origine e della distruzione assoluta delle cose mortali, le quali ricevono il nome di “nascita” e “morte” solo secondo l’uso comune degli uomini. L’Aria empedoclea, designata come αἰθήρ, partecipa a questa struttura ontologica. Essa è una Radice eterna, pari alle altre, dotata di identità propria. Possiede natura corporea. Questa corporeità dell’aria costituisce un punto essenziale della riflessione empedoclea: la tradizione attribuisce a Empedocle l’uso della clepsidra per mostrare che l’aria è qualcosa, un corpo capace di opporre resistenza, occupare spazio, agire entro i processi naturali.

L’αἰθήρ empedocleo deve dunque essere inteso come principio atmosferico e cosmico, non come sostanza celeste separata. La sua luminosità lessicale conserva una risonanza poetica, legata allo spazio alto e chiaro; la sua funzione teorica resta interna alla dottrina delle quattro Radici. In Empedocle, αἰθήρ nomina una potenza materiale originaria, coinvolta nelle mescolanze e nelle separazioni che costituiscono il mondo.

 

Aria, mescolanza e ciclo cosmico in Empedocle

Nel sistema empedocleo, nessuna Radice agisce in isolamento definitivo, ma queste vengono mosse da due principi cosmici: Philótēs, Amore, forza di unione, e Neîkos, Contesa, forza di separazione. Amore compone, Contesa divide. Il cosmo visibile nasce entro il ritmo di queste due potenze.

La funzione dell’Aria si comprende all’interno di questa dinamica. Quando Contesa separa gli elementi dalla Sfera originaria, l’Aria viene descritta dalla tradizione dossografica come una delle prime Radici a differenziarsi e a disporsi attorno al mondo. Burnet riporta la testimonianza secondo cui Empedocle riteneva che l’Aria, separata dalla mescolanza originaria, si distendesse circolarmente; dopo di essa il Fuoco si muoveva verso l’esterno, contribuendo alla formazione della volta e delle regioni superiori.

Questo quadro conserva una forte componente fisico-cosmologica. L’Aria è corpo sottile e avvolgente, principio di distribuzione spaziale, regione intermedia tra la pesantezza terrestre e la combustione ignea. Essa consente di pensare un cosmo articolato per zone, densità, separazioni progressive.

La testimonianza relativa alla corporeità dell’aria mostra anche l’interesse empirico di Empedocle. L’aria non viene ridotta a semplice assenza di materia. Possiede consistenza, anche se sottile. Occupa spazio, si muove, resiste, penetra nei processi biologici e cosmici. La sua invisibilità ordinaria non implica inconsistenza ontologica. L’αἰθήρ empedocleo indica così una materia atmosferica sottile, radicata nella fisica delle mescolanze. Ha dignità cosmica, corporeità reale, funzione generativa. Il suo carattere luminoso appartiene al linguaggio del poema; la sua identità teorica appartiene alla dottrina delle Radici.

 

Aristotele: l’Aria come elemento sublunare

Aristotele eredita la dottrina dei quattro elementi e la inserisce in una fisica sistematica fondata su qualità, luoghi naturali e movimenti semplici. L’Aria appartiene al mondo sublunare, la regione soggetta a generazione, corruzione, alterazione e trasformazione reciproca degli elementi.

Nel De generatione et corruptione, Aristotele associa i quattro corpi semplici alle coppie di qualità fondamentali: il Fuoco è caldo e secco; l’Aria è calda e umida; l’Acqua è fredda e umida; la Terra è fredda e secca. L’Aria viene quindi definita attraverso la combinazione di caldo e umido, posizione che la colloca tra Fuoco e Acqua nella serie delle trasformazioni elementari.

L’Aria aristotelica possiede una tendenza naturale verso l’alto, insieme al Fuoco, pur con minore purezza ed estremità. Aristotele distingue infatti gli elementi che si muovono verso il limite da quelli che si muovono verso il centro: Fuoco e Aria appartengono alla prima coppia; Terra e Acqua alla seconda.

La natura ascendente dell’Aria non la sottrae al mondo del mutamento. Essa resta un elemento sublunare, coinvolto nei processi di trasformazione reciproca. Aristotele spiega la conversione degli elementi attraverso il mutamento delle qualità: il Fuoco, caldo e secco, diventa Aria quando il secco viene superato dall’umido; l’Aria, calda e umida, diventa Acqua quando il caldo viene superato dal freddo.

Questa teoria produce una differenza profonda rispetto a Empedocle. Per Empedocle, le Radici sono immutabili e le cose sensibili derivano da mescolanze e separazioni. Per Aristotele, gli elementi sublunari possono trasformarsi l’uno nell’altro mediante alterazione qualitativa. L’Aria non è più soltanto una Radice eterna che entra in combinazione; diventa un corpo semplice soggetto a conversione naturale.

 

La distinzione aristotelica tra Aria e Aithér

Il punto decisivo della cosmologia aristotelica è la distinzione tra i quattro elementi sublunari e il corpo celeste. Aristotele sostiene che i corpi semplici sono definiti dal loro movimento naturale. I corpi terrestri si muovono rettilineamente: verso il centro o lontano dal centro. Il cielo, invece, mostra un movimento circolare. Da questa differenza deriva l’esigenza di un corpo semplice diverso, proprio della regione superiore.

L’Aithér aristotelico non coincide con l’Aria. Appartiene alla regione celeste, possiede moto circolare, risulta estraneo alla generazione e alla corruzione proprie del mondo sublunare. La sua natura è più stabile, più divina, più prossima all’eternità del moto celeste.

L’Aria resta al di sotto della Luna. Sale per natura, in quanto elemento leggero rispetto ad Acqua e Terra; partecipa tuttavia al regime della trasformazione. L’Aithér celeste non sale e non scende. Il suo movimento proprio è il cerchio. Questa differenza di movimento stabilisce una differenza di natura.

La separazione aristotelica tra Aria e Aithér ha conseguenze teoriche decisive. Il lessico che in Empedocle poteva ancora convergere nella parola αἰθήρ viene sciolto in due livelli ontologici: l’aria atmosferica, calda e umida, mutevole; l’etere celeste, incorruptibile, circolare, sovralunare. Aristotele istituisce così una gerarchia cosmica netta tra mondo terrestre e mondo celeste.

 

Continuità e rottura tra Empedocle e Aristotele

Il confronto tra Empedocle e Aristotele mostra una continuità evidente: entrambi riconoscono un principio atmosferico tra i costituenti del mondo sensibile. L’Aria svolge in entrambi una funzione di mediazione, leggerezza, mobilità, diffusione. Essa occupa una posizione meno densa della Terra e dell’Acqua, meno estrema del Fuoco, più incline alla rarefazione e al movimento ascendente.

La rottura riguarda la struttura teorica. In Empedocle, l’Aria-αἰθήρ appartiene al gruppo delle quattro Radici eterne. La sua eternità è pari a quella di Fuoco, Terra e Acqua. Il mutamento visibile deriva da composizione e scomposizione. Il lessico conserva un carattere poetico e cosmico. In Aristotele, l’Aria è uno dei quattro elementi del mondo sublunare. La sua identità deriva dalle qualità caldo-umido, dal movimento verso l’alto, dalla capacità di trasformarsi negli altri elementi. L’Aithḗr viene riservato alla regione celeste e acquista autonomia ontologica rispetto all’Aria.

Il passaggio da Empedocle ad Aristotele può essere quindi descritto come un processo di differenziazione: ciò che nel linguaggio empedocleo resta semanticamente ampio, luminoso, atmosferico e poetico, in Aristotele viene distribuito in categorie fisiche distinte. L’Aria entra nella fisica del divenire; l’Aithér sostiene la cosmologia dell’eternità celeste.

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