Il Mythos come linguaggio per comprendere il reale

Il mito: una delle forme più antiche della conoscenza

Il mito è il linguaggio simbolico attraverso cui le civiltà antiche hanno interpretato il reale, il sacro, la natura e l’umano. Quando oggi pronunciamo la parola mito, spesso pensiamo a qualcosa di falso. Un racconto inventato, una leggenda, una favola arcaica, una narrazione bella, forse suggestiva, ma separata dalla realtà. Questa interpretazione è moderna, riduttiva e, soprattutto, insufficiente. Per il mondo greco, il Mythos non era una fantasia decorativa posta ai margini della conoscenza. Era uno dei modi attraverso cui la realtà diventava dicibile. Era una forma di orientamento, un linguaggio capace di dare figura all’invisibile, di trasformare l’esperienza in racconto, di custodire verità che non potevano essere espresse soltanto attraverso concetti astratti.

Il Mythos non spiegava certo il mondo come lo spiega oggi una formula scientifica, non dimostrava come dimostra un teorema e non classificava come classifica un manuale. Eppure comprendeva, perché legava ciò che l’intelletto separa: natura e destino, corpo e cosmo, umano e divino, nascita e morte, colpa e purificazione, desiderio e rovina, memoria e futuro.

Per questo, in Aetherion, il Mythos è una struttura profonda di lettura del reale, molto più di semplice materiale ornamentale e di una cornice antica applicata all’arte contemporanea. Il Mythos è il campo in cui la pittura di Carmela Calimera e la scrittura metatestuale di Carmine Monaco si incontrano per interrogare ancora una volta le radici dell’umano.

Prima della “mitologia”

La parola “mitologia” appartiene in gran parte al nostro modo moderno di organizzare i racconti antichi. Noi raccogliamo i miti, li ordiniamo, li analizziamo, li trasformiamo in repertori di figure, genealogie, simboli e funzioni. Ma il Mythos, prima di diventare oggetto di studio, era voce viva.

In Omero, ad esempio, il racconto degli Dei e degli eroi è più di un semplice patrimonio narrativo. È il luogo in cui una civiltà pensa il valore, la morte, la gloria, l’ira, il ritorno, la perdita, la responsabilità. Achille non è soltanto un personaggio dell’epica: è una forma estrema dell’intensità umana, l’uomo che preferisce una vita breve e luminosa a una lunga oscurità senza nome. Odisseo è molto più dell’eroe dell’avventura: è la mente che attraversa il molteplice, la figura dell’identità che sopravvive mutando.

Allo stesso modo, quando leggiamo Esiodo, se il racconto della nascita degli Dei ci appare soltanto come un elenco fantastico di potenze divine, perdiamo la vera potenza di quelle immagini e di quel racconto. Siamo davanti a una cosmogonia, un tentativo di dire il Principio, di organizzare il mondo, di dare genealogia alle forze che abitano il cosmo. Chaos, Gaia, Eros, Nyx, Ouranos, Kronos, Zeus: ogni nome è una figura, ma anche una funzione. Ogni divinità è un volto del reale.

Il Mythos, dunque, non nasce per distrarre: nasce per fondare.

 

Il mito dice ciò che il concetto non esaurisce

Il Logos filosofico non cancella il Mythos: lo attraversa, lo critica, lo riformula, talvolta lo supera, ma non lo elimina mai del tutto. Platone, che pure inaugura una delle più alte forme del pensiero razionale occidentale, ricorre continuamente al mito quando il discorso concettuale incontra i propri limiti. Il mito della caverna, il mito di Er, il carro alato dell’anima, il racconto di Atlantide, per Platone non sono semplici abbellimenti letterari ma “dispositivi di pensiero”.

Platone sa che alcune verità non si consegnano pienamente alla definizione. Hanno bisogno di immagini, di scene, di figure capaci di muovere l’intelligenza e l’immaginazione insieme. Il Mythos non sostituisce il pensiero ma lo spinge ben oltre la sua forma ordinaria.

Dove il concetto delimita, il mito apre. Dove la definizione fissa, il mito mette in movimento. Dove la logica distingue, il mito ricompone.

Per questo il Mythos resta essenziale ogni volta che il reale non si lascia ridurre a un oggetto semplice: quando parliamo di morte, origine, destino, desiderio, colpa, identità, metamorfosi, salvezza, abisso.

Mythos e realtà

Il mito non è il contrario della realtà: è il contrario della superficialità.

La realtà è fatta di ciò che si misura, nessuno lo nega. Ma è fatta anche di ciò che orienta, ferisce, fonda, seduce, spaventa, trasforma. Una civiltà non può vivere soltanto di dati. Una civiltà vive anche di un immaginario condiviso, di racconti che danno forma all’esperienza, di figure attraverso cui riconoscere il dolore, il potere, l’amore, la perdita, l’eccesso, la speranza.

Quando raccontiamo che Demetra perde Kore, non ci “limitiamo” a raccontare una vicenda divina, ma diamo una forma al lutto che attraversa ognuno di noi nella vita, alla ciclicità della natura, al mistero della sparizione e del ritorno. Questo significa pensare insieme maternità, morte, fertilità, stagione, rito e rinascita.

Dire che Dioniso viene accolto o respinto non significa soltanto narrare l’arrivo di un dio straniero, ma significa interrogare il rapporto tra ordine e trance, città e bosco, misura e possessione, identità e dissoluzione.

La discesa di Odisseo nel mondo dei morti non aggiunge soltanto un episodio meraviglioso al viaggio, ma riconosce che nessun ritorno è completo senza il confronto con le ombre del passato.

Il Mythos è reale perché interpreta ciò che accade all’uomo quando incontra le forze che lo superano. È la nostra ultima speranza, quando tutto sembra perduto. E in fondo, che cos’è, a volte, la religione?

 

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