I Rhizomata di Empedocle: le quattro radici del mondo tra materia, mito e contesa cosmica

Prima dei “quattro elementi”: terra, acqua, aria e fuoco come potenze originarie

Prima che la tradizione li chiamasse “elementi”, Empedocle li chiamò radici. Il termine greco è rhizōmata — ῥιζώματα — e la scelta non è neutra. Una radice non è un frammento morto di materia. È ciò da cui qualcosa nasce, si nutre, si articola e prende corpo. La radice affonda nell’invisibile e sostiene il visibile. Non coincide con il fiore, né con il frutto, né con il tronco, ma senza di essa nessuna forma potrebbe emergere alla luce.

Per questo i Rhizomata di Empedocle non devono essere letti come una semplice anticipazione ingenua della chimica. Non sono “elementi” nel senso moderno del termine. Sono principi cosmici, materiali e insieme mitici, attraverso i quali il filosofo di Akragas tenta di rispondere a una delle domande decisive della filosofia greca: come può esistere il mutamento, se nulla nasce dal nulla e nulla può annientarsi del tutto?

Empedocle, vissuto nel V secolo a.C. nella Sicilia ellenica di Akragas, elabora una delle più potenti sintesi del pensiero presocratico: tutto ciò che esiste deriva dalla combinazione e separazione di quattro radici — fuoco, aria, acqua e terra — mosse da due forze opposte, Philótēs e Neîkos, Amore e Contesa. La Stanford Encyclopedia of Philosophy descrive il suo sistema come una teoria quadripartita delle radici, unita a due principi attivi, capace di influenzare filosofia, medicina, mistica, cosmologia e religione successive.

Le quattro radici: non cose, ma potenze

Le quattro radici empedoclee sono generalmente identificate con:

Fuoco
Aria
Acqua
Terra

Eppure Empedocle, nei frammenti conservati, non le presenta semplicemente come sostanze fisiche impersonali. Le associa a nomi divini: Zeus, Hera, Aidoneus e Nestis. L’identificazione precisa tra ciascuna divinità e ciascuna radice resta discussa dagli studiosi, ma il punto essenziale è chiaro: per Empedocle le radici non sono materia inerte. Sono principi vivi, dotati di una natura propria, carichi di una forza che la lingua mitica rende più evidente della lingua puramente tecnica.

La grandezza dell’intuizione di Empedocle sta nel non separare ancora del tutto il linguaggio del mito da quello della filosofia. Non ragiona come un fisico moderno, ma nemmeno come un poeta arcaico che si limiti a raccontare genealogie divine. Sta nel punto di passaggio: dove il Mythos comincia a farsi Logos senza perdere la propria potenza immaginativa.

Le radici sono eterne. Non nascono e non muoiono. Non si generano dal nulla e non scompaiono nel nulla. Tutto ciò che noi chiamiamo nascita, crescita, morte, dissoluzione, trasformazione, è in realtà una diversa composizione delle stesse radici. La cosa visibile cambia; i principi che la compongono permangono. Il mondo, dunque, non è una creazione assoluta. È un intreccio.

La risposta a Parmenide

Per comprendere Empedocle bisogna collocarlo dopo Parmenide.

Parmenide aveva posto un problema radicale: l’essere è, il non essere non è. Se questa affermazione viene presa nella sua assolutezza, il mutamento diventa quasi impensabile. Come può qualcosa nascere, se prima non era? Come può qualcosa morire, se l’essere non può cadere nel nulla?

Empedocle non rifiuta il problema parmenideo, ma lo assume e lo trasforma. Nulla nasce dal nulla. Nulla scompare nel nulla. Ma ciò non significa che il mondo dell’esperienza sia un’illusione priva di valore. Il mutamento esiste, ma non come generazione assoluta o distruzione assoluta: esiste come mescolanza e separazione. Le radici restano, le forme passano.

Questa è la soluzione empedoclea: la permanenza appartiene ai principi; il divenire appartiene alle combinazioni.

Un corpo umano, una pianta, una pietra, una nube, un animale, un astro visibile: tutto è composto da proporzioni diverse delle radici. Quando esse si aggregano, qualcosa appare. Quando si separano, quella forma scompare. Ma nessuna radice è annientata. Nessuna origine assoluta viene invocata. Nessuna fine definitiva viene concessa. Il cosmo è metamorfosi regolata.

 

Amore e Contesa

Le quattro radici da sole non bastano a spiegare il mondo. Se fossero semplicemente presenti, immobili, separate o confuse, non produrrebbero la varietà degli enti. Occorre un principio di movimento. Anzi, ne occorrono due. Empedocle chiama il primo Philótēs, Amore: la forza che unisce, mescola, armonizza, attrae il diverso e genera composizione. Chiama il secondo Neîkos, Contesa: la forza che separa, distingue, divide, disgrega e restituisce ogni cosa alla propria differenza.

La realtà nasce dalla tensione tra queste due potenze. Amore senza Contesa produrrebbe una fusione totale, indistinta. Contesa senza Amore produrrebbe separazione assoluta, isolamento sterile. Il cosmo, invece, esiste nel ritmo tra unione e divisione. La Stanford Encyclopedia of Philosophy sottolinea che in Empedocle Amore e Contesa non sono semplici immagini morali, ma forze cosmiche attive, la cui influenza cresce e diminuisce in alternanza.

Questa è una delle intuizioni più moderne e più tragiche del pensiero empedocleo: il mondo non nasce dalla pace assoluta, ma da un conflitto regolato. La vita non è pura armonia. È equilibrio instabile tra attrazione e separazione. Ogni corpo è una tregua, ogni forma è un accordo temporaneo, ogni identità è una composizione provvisoria delle radici sotto la pressione di Amore e Contesa.

Il ciclo cosmico

Il cosmo di Empedocle non procede in linea retta. Procede per cicli. In alcune fasi domina Amore, e le radici tendono a unirsi. In altre domina Contesa, e le radici tendono a separarsi. Nessuna delle due forze elimina definitivamente l’altra. Il mondo è attraversato da una pulsazione cosmica: unità, separazione, nuova unità, nuova separazione.

Nel punto di massima unificazione, Empedocle immagina lo Sphairos, la Sfera: una totalità compatta, divina, perfettamente mescolata sotto il dominio di Amore. Ma questa unità non resta immobile per sempre. Contesa penetra, separa, distingue, apre lo spazio della differenza. Dalla frattura dell’unità nasce il mondo articolato.

Qui il pensiero empedocleo tocca una profondità simbolica notevole. La perfezione assoluta non coincide con il mondo abitabile. Perché ci siano forme, corpi, animali, piante, volti, città, desideri e destini, occorre che l’unità venga ferita. La Contesa non è solo distruzione: è anche la condizione della distinzione. Senza separazione non esisterebbero i singoli enti. Senza Amore non esisterebbe alcuna relazione tra essi. La vita nasce da una ferita cosmica e da un tentativo incessante di ricomposizione.

I Rhizomata non sono ancora gli elementi aristotelici

Quando parliamo di Empedocle, dobbiamo evitare una sovrapposizione troppo rapida con Aristotele.

Aristotele riconosce a Empedocle il merito di avere distinto con chiarezza quattro principi materiali — fuoco, aria, acqua e terra — ma sarà la tradizione successiva, anche attraverso il lessico aristotelico, a consolidare il linguaggio dei “quattro elementi”. Nel De generatione et corruptione, Aristotele discute Empedocle proprio in relazione alla teoria dei corpi semplici, osservando che egli pone fuoco, acqua, aria e terra come elementi semplici rispetto ai composti.

La differenza resta importante.

In Aristotele gli elementi saranno organizzati dentro una fisica delle qualità — caldo, freddo, secco, umido — e dentro una teoria dei luoghi naturali. In Empedocle, invece, le radici mantengono un’ambiguità più arcaica ed emotivamente molto più potente. Sono materia, ma sono anche nomi divini. Sono principi fisici, ma parlano ancora la lingua del sacro. Sono costituenti del mondo, ma anche figure di una cosmologia poetica. Per il progetto Aetherion, questa differenza è essenziale: i Rhizomata, infatti, non sono una tabella. Sono un dramma cosmico.

 

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