Acqua

Logos 21 – Oneiros

  • Carmine Monaco

La Notte che Guarisce

Prima del sogno, l’acqua. La Viandante depone la polvere del giorno sulla soglia del tempio e affida il corpo al silenzio sacro dell’enkoimesis. Nella penombra, mentre la notte respira tra le colonne, Oneiros discende lieve come una medicina invisibile: sfiora le palpebre, apre varchi nel sangue, e conduce l’anima là dove il dolore cambia linguaggio e diventa rivelazione.

Ventunesimo Canto della Viandante dell'Abisso

Il sonno mi accolse come un tempio immerso nella notte. Le forme si dissolsero una dopo l’altra, lasciando emergere figure senza contorno e prive di ombra, eppure colme di una limpidezza che nessuna alba aveva mai saputo offrirmi. Da quella luce silenziosa affiorò un nome antico, sospeso tra il respiro delle stelle, appena bisbigliato tra l’udito e il cuore… Oneiros.

La sua presenza aveva la consistenza della nebbia attraversata dalla luna. Entrò in me con la naturale stranezza dell’acqua che ritrova la propria sorgente, invece di scorrere via. E come l’acqua, le sue immagini gorgogliavano nell’anima come simboli incisi dalla mano degli Dei, e ogni visione spalancava una verità che il linguaggio della veglia aveva dimenticato.

Quando riaprii gli occhi, il sogno continuava a respirare dentro di me.

Nel mondo greco, sognare non era una banale distrazione. Era un rito silenzioso, un canale di comunicazione reale con il divino.

Oneiros era spirito, fratello della Notte (Nyx), messaggero di destini e risposte, spettro lieve che camminava sulle palpebre per aprire ciò che la luce non sa vedere.

Suoi fratelli erano gli Oneiroi, miriadi di spiriti alati che volavano tra le stanze del sonno, portando sogni veritieri, ambigui, premonitori.

Sulla tela, ho visto flussi, non forme. Sagome che mutavano, occhi chiusi che osservavano. Era il sogno stesso che mi guardava.

Artemidoro di Daldi, l’interprete più profondo dell’antichità, scrisse che i sogni non sono immagini vaghe ma messaggi codificati, che richiedono ascolto, esperienza, intuizione. Nei suoi Oneirocritica, insegnava che ogni sogno è personale, che ciò che per uno è morte, per un altro è rinascita. Tutto dipende da chi sogna, e da come sogna.

Nei miei sogni attraverso spesso ponti che nessuna mano ha costruito, acque immobili e portali scolpiti nella luce. Oneiros cammina sempre poco più avanti. Conosce le strade delle soglie invisibili. Al risveglio porto ancora sulla pelle il peso lieve dei suoi simboli, come se la notte avesse scritto il proprio alfabeto nel respiro della mia anima. 

Un fuoco tra le mani. Un serpente che mi guarda. Una voce che mi chiama per nome ma che non è mia. Ogni simbolo che mi affida continua a vivere oltre l’alba, silenzioso come un seme che attende soltanto il tempo di fiorire. La comprensione arriva piano, non il giorno dopo, a volte anni dopo, ma arriva, sempre.

Gli antichi non separavano sogno e realtà. Dormire era un atto sacro, e i sogni potevano annunciare guarigioni, guerre, nascite, morti, amori.

Nei templi di Asclepio, si dormiva per ricevere visioni curative. I sacerdoti ne interpretavano i simboli e prescrivevano rimedi che erano metà erbe, metà oracolo. Oneiros apre sentieri che la veglia non riesce a scorgere. 

Io non ho paura dei sogni, anzi, li cerco. Li accolgo come lettere da mondi remoti, come mappe dell’interiorità. Ogni volta che sogno, io ricordo chi sono sotto le mille maschere dell’esistenza.

A volte capita quel tipo di sogno che sento come un rituale che apre una soglia. Oltre quella porta mi attende una parte di me che il tempo aveva ricoperto di silenzio, una parte dimenticata, una profezia che non impone, un incontro antico. L’anima vi riconosce volti, simboli e sentieri che la memoria aveva custodito senza parole.

Io sono la Viandante, e tra le pieghe della notte, volo con gli Oneiroi, ascolto il mio Oneiros, e lascio che la mia anima si racconti nei suoi stessi enigmi.

Il Centro del Cerchio

Prima di ogni partenza esiste un luogo al quale l'anima desidera ritornare: il respiro quieto di una fiamma che vegliava senza consumarsi, attorno a cui il tempo rallentava, le ferite imparavano la pazienza e ogni cosa ritrovava il proprio nome. Là sedeva Estia, silenziosa come il primo mattino del mondo, custode di un fuoco che continua ad ardere ogni volta che un cuore sceglie di accogliere, proteggere e amare.

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racconti e metatesto di Carmine Monaco.

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